giovedì 30 giugno 2011

Arthur Friedenreich, il mulatto dagli occhi verdi che segnava come una tigre

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Nel distretto di Bom Retiro, al centro di San Paolo, s’incrociano rua Vitória e rua do Triunfo. C’è posto migliore per dare alla luce un figlio? La lavandaia di colore Matilde ed il commerciante tedesco Oscar erano sicuri che non ci fosse. Nasce infatti qui, il 18 luglio 1892, Arthur Friedenreich, mulatto dagli occhi verdi, che otterrà il successo preannunciatogli dal beneaugurante luogo di nascita a suon di gol. Tanti, tantissimi. Ma quanti, di preciso? Purtroppo, si tratta di un mistero destinato a rimanere tale.

Districare la matassa è impresa ardua, anzi impossibile, nonostante vi ci siano cimentati in molti. Il primo fu papà Oscar, che inizò ad annotare le marcature del proprio figlio su un apposito quaderno. Toccò quindi a Mario de Andrade, suo compagno di squadra nel Paulistano, assumersi questa responsabilità per espresso volere di Arthur, ed all’improvvisa dipartita di de Andrade – avvenuta immediatamente dopo l’annuncio di voler divulgare i dati raccolti – è dovuto l’enigma relativo ai gol di Friedenreich. Che, secondo il conteggio del suo ex compagno di squadra, furono ben 1239 in 1329 partite disputate. Ma ecco il primo imprevisto: il giornalista De Vaney, venuto in possesso delle scartoffie di de Andrade, le dirama erroneamente, dichiarando 1329 segnature anziché 1239. Questo avveniva nel ’62, ma la diatriba sui gol segnati da Friedenreich balzò nuovamente agli onori della cronaca quasi trent’anni più tardi, grazie ad Alexandre da Costa. Nel suo libro «O Tigre do Futebol», edito nel 1999, si parla infatti di 554 reti in 561 partite, dati minuziosamente raccolti studiando quanto riportato al tempo su due quotidiani paulisti: «Correio Paulistano» e «O Estado de S. Paulo». Nel gennaio del 2000, però, ecco l’ultimo – sino ad ora – colpo di scena: «Fried Versus Pelé» fa la sua comparsa nelle librerie, e l’autore Severino Filho propone un’ennesima versione dei fatti, scrivendo di 558 marcature in 562 partite.

I numeri – in special modo nel calcio – contano ben poco. Che Arthur Friedenreich fosse un goleador prodigioso è fuori discussione, e poco importa che i suoi gol siano stati cinquecento o mille o più, perché la sua vita vissuta agli albori del «futebol» offre molti altri spunti di discussione. Il colore della sua pelle, purtroppo, è uno di questi.

Meticcio, per praticare uno sport al tempo riservato esclusivamente ai bianchi era costretto a sbiancarsi il volto con la crema di riso prima di ogni incontro. Entrava in campo rigorosamente per ultimo, gelatina in testa per mascherare i crespi capelli e una voglia matta di far ricredere chi lo disprezzava per le sue origini. Cresciuto inseguendo una vescica di mucca gonfia d’aria, cioè la cosa più simile ad un pallone a sua disposizione, aveva sviluppato una tecnica insolita: dribbling a profusione, cui si aggiungevano fiuto del gol ed un pizzico di malizia, necessaria per far fronte alle discriminazioni razziali che lo seguivano anche sul rettangolo di gioco. Al di fuori, però, «Fried» si godeva la vita: cognac, sigari pregiati, camicie di gran lusso e ore piccole erano per lui una consuetudine.

Con la Seleção ebbe invece un rapporto assai particolare, un’alternanza di gioie e dolori iniziata il 27 luglio 1914, giorno del primo incontro disputato dalla Nazionale brasiliana di calcio. A Rio de Janeiro, il «Laranjeiras» ospita un’amichevole tra il Brasile e l’Exeter City: il risultato è incerto, forse un 2-0 per i brasiliani, oppure un 3-3, di sicuro c’è che Friedenreich esce dal campo con due denti spezzati. Nel ’19, sempre al «Laranjeiras», casa del Fluminense, si disputa il Campeonato Sudamericano de Selecciones (antenato della Coppa America). «Fried» segna quattro gol, tre nella prima partita al Cile e l’ultimo nell’interminabile finale (quattro tempi supplementari, 150 minuti di gioco complessivi) contro l‘Uruguay: argentini e uruguaiani, ammaliati, lo soprannominano «el Tigre». Tre anni più tardi, medesima competizione, ma quello che ormai è «el Tigre» è costretto ad rinunciare alla finale con il Paraguay da Epitácio Pessoa: il presidente del Brasile ritiene inopportuna la presenza in campo di un mulatto in un incontro di tale importanza. L’esclusione più dolorosa, però, arriva nel 1930: è giunto il momento del primo campionato mondiale di calcio, in Uruguay, ma a causa di alcune frizioni tra la federazione paulista e quella carioca, i calciatori paulisti – tra cui, appunto, Friedenreich – vengono lasciati a casa. E poco importa che tra questi ci sia anche «le Roi du Football», il re del calcio: così lo definiscono i francesi dopo una tripletta inflitta con il suo Paulistano alla selezione transalpina nel ’25, per giunta a domicilio. Chissà, magari con lui in campo il Brasile non sarebbe stato fatto fuori dall Jugoslavia già nel girone eliminatorio.
Ma è un dubbio destinato a rimanere irrisolto, così come il mistero dei gol segnati da Arthur «el Tigre» Friedenreich.

Antonio Giusto

Fonte: Guerin Sportivo.it

2 commenti:

Andrea Antoccia ha detto...

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calcio pazzo ha detto...

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