martedì 23 marzo 2010

L'Amarelinha



Dici Brasile e, se ami il calcio, il pensiero finisce inevitabilmente con l'andare a Ronaldo, Romario, Pelé, Garrincha... Comune denominatore? Un talento fuori dal comune, certo, ma anche l'auriverde che li ha vestiti sul tetto del mondo. E pensare che, se non ci fosse stato il Maracanaço, al giorno d'oggi la Seleção vestirebbe ancora il bianco integrale del secondo dopoguerra. I gol di Schiaffino e Ghiggia, rendendo vano l'effimero vantaggio brasiliano di Friaça, misero in ginocchio una nazione intera. E così il Correio da Manhã, quotidiano con sede a Rio de Janeiro, decise di porre l'attenzione sui colori della maglia, tacciati di essere poco patriottici, ed indisse un concorso volto a scegliere le nuove tinte della «camiseta». A vincere fu un diciannovenne di Pelotas, stato di Rio Grande do Sul: Aldyr Garcia Schlee, ironicamente qualificatosi come tifoso uruguagio. Oggi scrittore, giornalista e docente universitario, all'epoca Schlee si dilettava nel disegnare per i vari giornali cittadini: buon per lui, dato che la vittoria nel concorso indetto dal Correio da Manhã gli fruttò l'equivalente di ventimila reais (la moneta al tempo in uso in Brasile era il Cruzeiro), oltre ottomila euro con il cambio attuale.
Dopo l'elogio del disegnatore cruzeirense (il suo cuore batte per la «Raposa», squadra vicecampione del Sudamerica), è ora di concentrarsi sulla «camisa canarinha», nome con cui è conosciuta la divisa ideata dal professor Schlee. Nazionalista, innanzitutto: maglietta gialla (dorata, a voler essere poetici) con colletto verde, calzoncini blu e calzettoni bianchi. La bandiera fatta vestiario, con l'unica - passabile - assenza del motto Ordem e Progresso («Ordine e Progresso») che fa bella mostra di sé sul vessillo del Paese del Carnevale. L'esordio, proprio come se si trattasse di un calciatore in carne ed ossa, avviene in Brasile-Cile 1-0 disputato il 14 marzo 1954 a Rio de Janeiro, valevole per le qualificazioni alla - sfortunata, ahiloro - Coppa del Mondo che si sarebbe tenuta in Svizzera pochi mesi dopo.
La leggenda narra che proprio Garrincha e Pelé, citati in apertura, furono protagonisti della nascita della seconda maglia. Il fatto avvenne in Svezia, nell'atto finale del mondiale 1958: Brasile e Svezia sono entrambi soliti indossare un'uniforme gialloblu, ragion per cui i sudamericani, da buoni ospiti, lasciano ai padroni di casa svedesi il privilegio di indossare i propri colori. Per rimediare, Pelé ed i suoi compagni scendono in campo indossando maglia e calzettoni blu coordinati con calzoncini bianchi. Curiosa la provenienza degli indumenti in quanto il Brasile, essendo giunto in Svezia munito unicamente del proprio kit casalingo, fu costretto ad acquistarli sul posto ed a cucire manualmente lo stemma della Confederação Brasileira de Futebol su di essi. I tempi dei calciatori con ago e filo (non furono ovviamente loro ad occuparsi delle divise, ma ci fa piacere immaginarli a cucire, chini sulle loro «creazioni») sono ormai lontani: oggi la Nike realizza le vendutissime maglie auriverdi con poliestere riciclato, ma la magia dell'«amarelinha» è rimasta intatta.

Antonio Giusto


Fonte: Goal.com

2 commenti:

Andrea ha detto...

www.pianetasamp.blogspot.com

Mica ho capito: ma l'amarelinha alla fin fine è la prima o la seconda maglia? Ciao...

Antonio Giusto ha detto...

L'amarelinha è la prima maglia, quella gialla. ;)

Ciao