È obbligatorio citare la seconda
regia di Bellocchio, quando il discorso orbita attorno alla Cina? No, ma
visti i presupposti - partite truccate, arbitri in manette, ingaggi con
troppi zeri e nomi illustri sia in campo che in panchina - pare proprio
il caso di farlo: la Cina è vicina. Calcisticamente, almeno.
Un
decennio fa, Beppe Materazzi, padre del Marco in gol a Berlino, faceva
una capatina presso la Grande Muraglia: la sua missione, allenare il
Tianjin Teda. Oggi, anno di - dubbia - gloria calcistica 2012, il canuto
C.T. che quel 9 luglio 2006 sbaciucchiava la Coppa del Mondo assieme al
più tatuato dei Materazzi si ritrova alla guida del Guangzhou
Evergrande. Il motivo? Non uno, ma 10 milioni. Di euro. L'anno. E così,
tra brasiliani panciuti e presunti fuoriclasse con gli occhi a mandorla,
ecco anche il nostro Marcellone Lippi. Predicatore nel deserto? Be',
non esattamente: diciamo che qualche oasi c'è, costata uno sproposito,
ma c'è. Darío Conca, 900mila euro al mese per neppure centosettanta
centimetri d'altezza ed un sinistro da far girare la testa, incanta le
platee in Guangdong e viene quotidianamente rimpianto dai tifosi del
Fluminense, con cui nel 2010 ha trionfato nel Brasileirão. Attorno a
questa sorgente di limpidissima classe argentina, orbitano compagni che
non sfigurerebbero nel Vecchio Continente. La punta Muriqui,
brasilianissimo in gol 16 volte nello scorso campionato e destinato a
migliorarsi, ha 26 anni ed è tutt'altro che da rottamare. Medesimo
passaporto - non tutti i brasiliani d'oriente sono in conflitto con la
bilancia - per Cléo, da Guarapuava (Paraná), che sino a un anno fa
sgollava e sgomitava in Serbia, tra Stella Rossa e Partizan Belgrado.
«Made in China», invece, Zheng Zhi: difensore evolutosi in mediano,
numero 10 sulle spalle e fascia di capitano al braccio, ha assaggiato il
calcio britannico con le maglie di Charlton Athletic (tre stagioni) e
Celtic. L'ultimo acquisto - mentre scrivo - è Lucas Barrios, vagabondo
in Sud America, un triennio e due Meisterschale vinte con il Borussia
Dortmund, chiuso da Lewandowski, ha deciso di rimpinguare il proprio
conto in banca con un'ondata di yen. Inutile girarci attorno, la
stragrande maggioranza di questi contratti vengono firmati solo ed
esclusivamente perché ad un'occasione economica del genere è impossibile
rinunciare, e non ricapiterà di certo. Già, ma chi paga? Xu Jiayin,
immobiliarista, bilionario - sì, «bi» - affamato di calcio e di
vittorie. Il Guangzhou Evergrande lo finanzia lui, che s'ispira a Roman
Abramovich ed ambisce a conquistare la Champions League d'Asia entro il
2015.
Gli yen piovono anche sull'altra sponda di Canton, quella del
Guangzhou R&F, che si è appena assicurato Yakubu Aiyegbeni, erculeo
centrattacco nigeriano autore di diciotto gol nell'ultima, sfortunata
stagione disputata con la maglia del Blackburn, mestamente retrocesso.
Shanghai,
affolatissima - 23 milioni di abitanti, la seconda città più popolosa
del pianeta arriva terza - metropoli d'oriente, divisa in Pudong a est e
Puxi a ovest dal fiume Huangpu, è stata scelta da Didier Drogba come
prossima residenza. O, per meglio dire, Zhu Jun, fantastilionario,
fondatore della The9 - il cui nome fa riferimento al fatto che i
videogiochi siano la nona arte: credo di non dovervi spiegare in quale
settore operi - e proprietario dello Shanghai Shenhua, gli ha fatto
un'offerta che l'ivoriano non ha potuto rifiutare. Pur essendo stato il
miglior giocatore dell'ultima edizione della Champions League,
rocambolescamente vinta con la maglia del Chelsea. Chelsea in cui, sino a
gennaio, Drogba condivideva lo spogliatoio con Anelka, trasferitosi in
Cina con forse troppo anticipo - va detto, il rapporto con Villas Boas
era ormai putrescente - ma di certo economicamente soddisfatto della
decisione presa. Ad ispirare questa coppia francofona, ecco Giovani
Moreno, colombiano classe '86, fino a ieri numero 10 del Racing Club di
Avellaneda. Ah, li allena Sergio Batista, che l'anno scorso spiegava a
Messi e connazionali come muoversi in campo, appollaiato sulla panchina
dell'Albiceleste.
Se Guangzhou Evergrande e Shanghai Shenhua fanno
incetta di strapagati fuoriclasse, le altre componenti della Super
League cinese non sono certo da meno. E così, ecco sbarcare in oriente
attempati campioni, alla ricerca di un ultimo, remunerativo contratto.
Seydou Keita, partito Guardiola, ha salutato il Barça ed il tiqui-taca,
con cui aveva sensibilmente ingrassato il proprio palmarès, per andare
ad ingrassare il portafogli nel Liaoning, lautamente stipendiato dal
Dalian Aerbin. Ha invece scelto il Beijing Guoan, la squadra della
capitale, Frédéric Kanouté, dopo aver concluso la propria,
indimenticabile esperienza a Siviglia. Un altro calciatore africano,
Christopher Katongo, milita invece nell'Henan Construction dal luglio
2011. «E chi sarebbe?», si domanderà qualcuno: «Il miglior giocatore
dell'ultima Coppa d'Africa», rispondono gli almanacchi. Altro nome che,
ai più, potrebbe non dir molto, è quello di Joffre Guerrón. Esterno
ecuadoriano, sfavillante in Coppa Libertadores nel 2008, stella più
brillante del torneo, vinto con la LDU di Quito in finale contro il
Fluminense di Conca. E Thiago Silva, e Washington, e Thiago Neves...
Classe 1985, si accasa anch'egli al Beijing Guoan, e chissà quanti cross
sfornerà per il capoccione di Kanouté. Merita infine una citazione
Fábio Rochemback, volante a proprio agio in Europa per quasi un
decennio, con Barcellona, Sporting Lisbona e Middlesbrough, oggi in
forza al Dalian Aerbin.
Enumerate le virtù tecniche del campionato
con gli occhi a mandorla, e ribadito come motivazioni e condizione
atletica potrebbero scarseggiare, è giunto il momento di illustrarvi le
altre similitudini che accomunano il calcio cinese a quello occidentale.
Sì, perché piaghe purulente come Calciopoli e le scommesse non sono
toccate esclusivamente alla Serie A.
In manette, di recente, son
finiti Xie Yalong e Nan Yong, suo predecessore a capo del centro
amministrativo dell'associazione calcistica cinese: dieci anni (e mezzo)
a testa, per aver accettato tangenti per centinaia di migliaia di
dollari. In gattabuia anche diversi calciatori, quattro dei quali
vantano anche un bel gruzzolo di presenze in nazionale: Shen Si, Qi
Hong, Jiang Jin e Li Ming, quest'ultimo solo omonimo del recordman di
presenze con la Cina (141, per l'altro Li Ming). Stessa sorte anche per
quattro arbitri, e qui spicca il nome di Lu Jun, chiamato a fischiare in
Corea e Giappone nel 2002, oltre che all'Olimpiade australiana d'inizio
millennio. Sì, la Cina s'è avvicinata. Forse, un po' troppo.
TSU CHU, L'ANTENATO CINESE DEL CALCIO
Che
il calcio, così come lo pratichiamo - e amiamo - oggi, sia nato in
terra d'Albione, è fuor di discussione. Un lunedì d'ottobre del 1863, il
26 ad esser precisi, si ritrovano alla Freemasons' Tavern, sita in
Great Queen Street, a Londra, i rappresentanti di alcune società
calcistiche della zona: viene stilata una lista, contenente le prime
quattordici regole del nostro adorato gioco. Al signor Francis Maule
Campbell, tesoriere della neonata Football Association, nonché
rappresentante del Blackheath F.C., la nona, la decima e pure la
quattordicesima non garbano: fortuna!, nel 1871 il suo Blackheath darà
vita alla Rugby Football Union, assieme ad altri venti club, regalandoci
un meraviglioso sport.
L'idea di sollazzarsi con la sfera, però, non
è certo così recente. Nella lussureggiante Firenze dei Medici, piazza
Santa Croce fungeva da «teatro del Calcio»: era questo il primo
«capitolo» del regolamento del calcio fiorentino, redatto da Giovanni
Bardi nel 1580 e composto di 33 articoli. Ventisette uomini per parte:
quindici corridori suddivisi in tre quadriglie, cinque sconciatori e
sette datori, quattro dei quali «innanzi» ed i restanti tre «addietro».
L'obiettivo, era quello di depositare il pallone nella rete posta a
fondo campo, segnando la cosiddetta «caccia». Sempre nella penisola
italica, l'harpastum spopolava un paio di millenni fa. Il nome altro non
è che la latinizzazione del termine greco ἁρπαστόν (harpaston), il cui
significato è all'incirca quello di «strappar via»: somigliava più al
rugby che al calcio, a giudicare dalle poche testimonianze, ed era
evidentemente ispirato all'ellenico episkyros, che si giocava in dodici
contro dodici (o 14 contro 14) ed aveva come obiettivo quello di fare
meta, o l'equivalente dell'epoca.
Dopo aver passato in rassegna gli
antenati europei del nostro calcio, ecco che spuntan fuori i cinesi. Che
con la palla s'iniziarono a dilettare - sembra - un tremila anni fa
circa. L'invenzione viene attribuita a Huang Di, il celebre «Imperatore
Giallo», ma di leggende sul suo conto ce ne son più di troppe, e allora
ecco il nome del gioco: tsu chu, con il primo termine che sta a
significare «colpire con il piede» ed il secondo che designa la sfera,
rigonfia d'aria o di piume. Di certo praticato durante gli anni
contrassegnati dalla dinastia Han, cioè dal 206 avanti Cristo in poi, il
gioco, originariamente praticato dai soldati per migliorare le proprie
doti atletiche, si diffuse tra i civili, donne comprese. Con la dinastia
Song, regnante in Cina dal 960 al 1279, ecco il professionismo: il tsu
chu aveva contagiato la popolazione, dall'imperatore al servo, ed era
possibile vivere di ciò. Competitivi anzichenò, i nostri amici cinesi
esportarono il tsu chu nelle regioni adiacenti: in Giappone, ma anche in
Vietnam e Corea. I nipponici, che lo ribattezzarono «kemari» furono
anche protagonisti di avvincenti incontri con i cinesi. Chissà, forse
anche loro - come gli inglesi un bel po' di lustri più tardi -
sfoggiavano l'epiteto di «maestri».
Antonio Giusto
Fonte: Calcio 2000