giovedì 20 settembre 2012

Editoriale - I giovani in Champions League? Da Oscar!

 
 
Chiariamo: queste righe le ho progettate sbirciando le formazioni di Real Madrid - Manchester City, la conturbante doppietta di Oscar è secondaria, sia per cronologia che importanza. Il numero undici del Chelsea, indossato sino al maggio scorso dall'erculeo Drogba, è scivolato - per una trentina di milioni d'euro - sulle spalle del fuscello brasiliano: 21 anni appena compiuti, due in più di Matija Nastasić e Raphaël Varane. E qui il discorso si riallaccia al Mourinho - Mancini di martedì sera, con i due giovanissimi difensori in campo dal primo minuto, in una partita dal peso specifico ben superiore alla media dell'esordio stagionale in Champions League, come ben testimoniato dall'incontenibile esultanza di Zé Mario.

Ma di esempi simili quest'Europa ritrovata ce ne regala una marea, anche - semplicemente - scartabellando il tabellino dei marcatori. Il primo gol della fase a gironi l'ha segnato Francisco Román Alarcón Suárez. Chi? Isco, 21 aprile 1992, che - non soddisfatto - si è ripetuto a un quarto d'ora dal termine: Zenit annichilito. Procedendo in ordine cronologico, salta fuori Younès Belhanda: esordio assoluto per lui ed il Montpellier (di cui indossa i colori dal 2003) in Champions League, eppure il coraggio di scucchiaiare non gli manca, contro l'Arsenal per giunta. 25 febbraio 1990. L'annata, la stessa del Mondiale italiano, è anche quella di Toni Kroos - che gol contro il Valencia!, ma ci siamo abituati - e Rômulo, non il laterale della Fiorentina, bensì il mediano dello Spartak Mosca che violato la porta del Barça. A togliere le castagne dal fuoco ci ha pensato Cristian Tello, classe 1991, un gol e un assist per Leo Messi.

Le italiane? Maluccio. «Uccio» solo perché De Sciglio, titolare anche contro l'Anderlecht - in cui Massimo Bruno, 19 anni compiuti tre giorni fa, trova posto in campo dal primo minuto - si rivela il migliore dei suoi. Ma affinché il deludentissimo Boateng lasci il campo, occorre attendere un'ora di gioco: Stephan El Shaarawy, rimasto a marcire in panchina sino ad allora, non delude di certo. Ma, nel poco tempo a disposizione, è incapace di sbloccare il risultato. Chissà, fosse in campo dall'inizio...

Capitolo Juventus: Quaglierella regala ai bianconeri un punto prezioso più per il morale che per la classifica, ma se il Chelsea mette in mostra Oscar e Hazard - classe '91 anche lui, spettatore non pagante contro QPR e Juve, eppure sino ad allora di gran lunga il migliore dei suoi - i bianconeri rispondono con la tribuna di Pogba (1993) e portando in panchina Marrone e Lúcio. Il che porta a riflettere: non sempre è possibile costruirsi in casa i giovani alla maniera del Barcellona, ma quando ciò accade come nel caso di Luca Marrone - '90, ha ventidue anni - gli si dovrebbe dar fiducia. E invece la Juventus si «cautela» ingaggiando Lúcio, che di anni ne ha 34 e percepisce due milioni d'euro d'ingaggio in più rispetto a Marrone. Per rimanere in panchina. E se il brasiliano garantisce esperienza, Marrone - che può indistintamente giocare sia a centrocampo che in difesa - ha la fame degli emergenti. Eppure è lì in panchina, ad appiattirsi le natiche invidiando Varane e Nastasić.
 
Antonio Giusto 
 
Fonte: Calcissimo 

mercoledì 19 settembre 2012

Il calcio con gli occhi a mandorla

 
È obbligatorio citare la seconda regia di Bellocchio, quando il discorso orbita attorno alla Cina? No, ma visti i presupposti - partite truccate, arbitri in manette, ingaggi con troppi zeri e nomi illustri sia in campo che in panchina - pare proprio il caso di farlo: la Cina è vicina. Calcisticamente, almeno.
Un decennio fa, Beppe Materazzi, padre del Marco in gol a Berlino, faceva una capatina presso la Grande Muraglia: la sua missione, allenare il Tianjin Teda. Oggi, anno di - dubbia - gloria calcistica 2012, il canuto C.T. che quel 9 luglio 2006 sbaciucchiava la Coppa del Mondo assieme al più tatuato dei Materazzi si ritrova alla guida del Guangzhou Evergrande. Il motivo? Non uno, ma 10 milioni. Di euro. L'anno. E così, tra brasiliani panciuti e presunti fuoriclasse con gli occhi a mandorla, ecco anche il nostro Marcellone Lippi. Predicatore nel deserto? Be', non esattamente: diciamo che qualche oasi c'è, costata uno sproposito, ma c'è. Darío Conca, 900mila euro al mese per neppure centosettanta centimetri d'altezza ed un sinistro da far girare la testa, incanta le platee in Guangdong e viene quotidianamente rimpianto dai tifosi del Fluminense, con cui nel 2010 ha trionfato nel Brasileirão. Attorno a questa sorgente di limpidissima classe argentina, orbitano compagni che non sfigurerebbero nel Vecchio Continente. La punta Muriqui, brasilianissimo in gol 16 volte nello scorso campionato e destinato a migliorarsi, ha 26 anni ed è tutt'altro che da rottamare. Medesimo passaporto - non tutti i brasiliani d'oriente sono in conflitto con la bilancia - per Cléo, da Guarapuava (Paraná), che sino a un anno fa sgollava e sgomitava in Serbia, tra Stella Rossa e Partizan Belgrado. «Made in China», invece, Zheng Zhi: difensore evolutosi in mediano, numero 10 sulle spalle e fascia di capitano al braccio, ha assaggiato il calcio britannico con le maglie di Charlton Athletic (tre stagioni) e Celtic. L'ultimo acquisto - mentre scrivo - è Lucas Barrios, vagabondo in Sud America, un triennio e due Meisterschale vinte con il Borussia Dortmund, chiuso da Lewandowski, ha deciso di rimpinguare il proprio conto in banca con un'ondata di yen. Inutile girarci attorno, la stragrande maggioranza di questi contratti vengono firmati solo ed esclusivamente perché ad un'occasione economica del genere è impossibile rinunciare, e non ricapiterà di certo. Già, ma chi paga? Xu Jiayin, immobiliarista, bilionario - sì, «bi» - affamato di calcio e di vittorie. Il Guangzhou Evergrande lo finanzia lui, che s'ispira a Roman Abramovich ed ambisce a conquistare la Champions League d'Asia entro il 2015.
Gli yen piovono anche sull'altra sponda di Canton, quella del Guangzhou R&F, che si è appena assicurato Yakubu Aiyegbeni, erculeo centrattacco nigeriano autore di diciotto gol nell'ultima, sfortunata stagione disputata con la maglia del Blackburn, mestamente retrocesso.
Shanghai, affolatissima - 23 milioni di abitanti, la seconda città più popolosa del pianeta arriva terza - metropoli d'oriente, divisa in Pudong a est e Puxi a ovest dal fiume Huangpu, è stata scelta da Didier Drogba come prossima residenza. O, per meglio dire, Zhu Jun, fantastilionario, fondatore della The9 - il cui nome fa riferimento al fatto che i videogiochi siano la nona arte: credo di non dovervi spiegare in quale settore operi - e proprietario dello  Shanghai Shenhua, gli ha fatto un'offerta che l'ivoriano non ha potuto rifiutare. Pur essendo stato il miglior giocatore dell'ultima edizione della Champions League, rocambolescamente vinta con la maglia del Chelsea. Chelsea in cui, sino a gennaio, Drogba condivideva lo spogliatoio con Anelka, trasferitosi in Cina con forse troppo anticipo - va detto, il rapporto con Villas Boas era ormai putrescente - ma di certo economicamente soddisfatto della decisione presa. Ad ispirare questa coppia francofona, ecco Giovani Moreno, colombiano classe '86, fino a ieri numero 10 del Racing Club di Avellaneda. Ah, li allena Sergio Batista, che l'anno scorso spiegava a Messi e connazionali come muoversi in campo, appollaiato sulla panchina dell'Albiceleste.
Se Guangzhou Evergrande e Shanghai Shenhua fanno incetta di strapagati fuoriclasse, le altre componenti della Super League cinese non sono certo da meno. E così, ecco sbarcare in oriente attempati campioni, alla ricerca di un ultimo, remunerativo contratto. Seydou Keita, partito Guardiola, ha salutato il Barça ed il tiqui-taca, con cui aveva sensibilmente ingrassato il proprio palmarès, per andare ad ingrassare il portafogli nel Liaoning, lautamente stipendiato dal Dalian Aerbin. Ha invece scelto il Beijing Guoan, la squadra della capitale, Frédéric Kanouté, dopo aver concluso la propria, indimenticabile esperienza a Siviglia. Un altro calciatore africano, Christopher Katongo, milita invece nell'Henan Construction dal luglio 2011. «E chi sarebbe?», si domanderà qualcuno: «Il miglior giocatore dell'ultima Coppa d'Africa», rispondono gli almanacchi. Altro nome che, ai più, potrebbe non dir molto, è quello di Joffre Guerrón. Esterno ecuadoriano, sfavillante in Coppa Libertadores nel 2008, stella più brillante del torneo, vinto con la LDU di Quito in finale contro il Fluminense di Conca. E Thiago Silva, e Washington, e Thiago Neves... Classe 1985, si accasa anch'egli al Beijing Guoan, e chissà quanti cross sfornerà per il capoccione di Kanouté. Merita infine una citazione Fábio Rochemback, volante a proprio agio in Europa per quasi un decennio, con Barcellona, Sporting Lisbona e Middlesbrough, oggi in forza al Dalian Aerbin.
Enumerate le virtù tecniche del campionato con gli occhi a mandorla, e ribadito come motivazioni e condizione atletica potrebbero scarseggiare, è giunto il momento di illustrarvi le altre similitudini che accomunano il calcio cinese a quello occidentale. Sì, perché piaghe purulente come Calciopoli e le scommesse non sono toccate esclusivamente alla Serie A.
In manette, di recente, son finiti Xie Yalong e Nan Yong, suo predecessore a capo del centro amministrativo dell'associazione calcistica cinese: dieci anni (e mezzo) a testa, per aver accettato tangenti per centinaia di migliaia di dollari. In gattabuia anche diversi calciatori, quattro dei quali vantano anche un bel gruzzolo di presenze in nazionale: Shen Si, Qi Hong, Jiang Jin e Li Ming, quest'ultimo solo omonimo del recordman di presenze con la Cina (141, per l'altro Li Ming). Stessa sorte anche per quattro arbitri, e qui spicca il nome di Lu Jun, chiamato a fischiare in Corea e Giappone nel 2002, oltre che all'Olimpiade australiana d'inizio millennio. Sì, la Cina s'è avvicinata. Forse, un po' troppo.

TSU CHU, L'ANTENATO CINESE DEL CALCIO

Che il calcio, così come lo pratichiamo - e amiamo - oggi, sia nato in terra d'Albione, è fuor di discussione. Un lunedì d'ottobre del 1863, il 26 ad esser precisi, si ritrovano alla Freemasons' Tavern, sita in Great Queen Street, a Londra, i rappresentanti di alcune società calcistiche della zona: viene stilata una lista, contenente le prime quattordici regole del nostro adorato gioco. Al signor Francis Maule Campbell, tesoriere della neonata Football Association, nonché rappresentante del Blackheath F.C., la nona, la decima e pure la quattordicesima non garbano: fortuna!, nel 1871 il suo Blackheath  darà vita alla Rugby Football Union, assieme ad altri venti club, regalandoci un meraviglioso sport.
L'idea di sollazzarsi con la sfera, però, non è certo così recente. Nella lussureggiante Firenze dei Medici, piazza Santa Croce fungeva da «teatro del Calcio»: era questo il primo «capitolo» del regolamento del calcio fiorentino, redatto da Giovanni Bardi nel 1580 e composto di 33 articoli. Ventisette uomini per parte: quindici corridori suddivisi in tre quadriglie, cinque sconciatori e sette datori, quattro dei quali «innanzi» ed i restanti tre «addietro». L'obiettivo, era quello di depositare il pallone nella rete posta a fondo campo, segnando la cosiddetta «caccia». Sempre nella penisola italica, l'harpastum spopolava un paio di millenni fa. Il nome altro non è che la latinizzazione del termine greco ἁρπαστόν (harpaston), il cui significato è all'incirca quello di «strappar via»: somigliava più al rugby che al calcio, a giudicare dalle poche testimonianze, ed era evidentemente ispirato all'ellenico episkyros, che si giocava in dodici contro dodici (o 14 contro 14) ed aveva come obiettivo quello di fare meta, o l'equivalente dell'epoca.
Dopo aver passato in rassegna gli antenati europei del nostro calcio, ecco che spuntan fuori i cinesi. Che con la palla s'iniziarono a dilettare - sembra - un tremila anni fa circa. L'invenzione viene attribuita a Huang Di, il celebre «Imperatore Giallo», ma di leggende sul suo conto ce ne son più di troppe, e allora ecco il nome del gioco: tsu chu, con il primo termine che sta a significare «colpire con il piede» ed il secondo che designa la sfera, rigonfia d'aria o di piume. Di certo praticato durante gli anni contrassegnati dalla dinastia Han, cioè dal 206 avanti Cristo in poi, il gioco, originariamente praticato dai soldati per migliorare le proprie doti atletiche, si diffuse tra i civili, donne comprese. Con la dinastia Song, regnante in Cina dal 960 al 1279, ecco il professionismo: il tsu chu aveva contagiato la popolazione, dall'imperatore al servo, ed era possibile vivere di ciò. Competitivi anzichenò, i nostri amici cinesi esportarono il tsu chu nelle regioni adiacenti: in Giappone, ma anche in Vietnam e Corea. I nipponici, che lo ribattezzarono «kemari» furono anche protagonisti di avvincenti incontri con i cinesi. Chissà, forse anche loro - come gli inglesi un bel po' di lustri più tardi - sfoggiavano l'epiteto di «maestri».

Antonio Giusto
 
Fonte: Calcio 2000

Zenden: imminente la firma col Bayer Leverkusen

 


«Bolo» Zenden torna in pista, e s'inventa terzino sinistro. L'olandese, nato nel giorno di Ferragosto del 1976, ha giocato l'ultima partita ufficiale il 22 maggio 2011, andando tra l'altro a segno nel 3-0 rifilato dal Sunderland - di cui all'epoca difendeva i colori - al West Ham.

Dopo una settimana di prova con il Bayer Leverkusen, allenato dal suo amico ed ex compagno di squadra (un biennio assieme, nel Liverpool) Hyypiä, che vede in Zenden la soluzione ai suoi problemi: ceduto Oczipka all'Eintracht Francoforte, Kadlec rimane l'unica alternativa nel ruolo di esterno basso a sinistra. E, visto il disastroso periodo di forma del difensore ceco, la sensazione è che la firma di Zenden arriverà nel giro di qualche ora.

Antonio Giusto

Fonte: Calcissimo

lunedì 17 settembre 2012

Pablo Pintos: occhio alla maglia!


Il nome di Pablo Pintos, difensore in forza al Kasımpaşa, non dovrebbe suonare nuovo alle orecchie dei tifosi laziali: nell'estate 2010, infatti, la compagine capitolina acquistò il cartellino di questo promettente uruguaiano, senza però poterlo depositare in Lega Calcio e rendere effettivo il trasferimento a causa della restrizione sul tesseramento degli extracomunitari.

Eccolo quindi vestire la maglia del Getafe, segue un ritorno in patria al Defensor Sporting prima di ricomparire sui radar europei: al Kasımpaşa, appunto. Momentaneamente secondo in classifica con 9 punti, alle spalle del solo Galatasaray, il club annovera tra le proprie fila - oltre al già citato Pintos - alcuni nomi relativamente noti: Isaksson e Viudez, ectoplasmi in Serie A, ma anche il capitano Fabian Ernst, una vita in Bundesliga, e la punta nigeriana Kalu Uche.

Ma torniamo a Pintos: abile nell'infilare il Gaziantepspor al termine di una solitaria fuga in contropiede, l'esultanza per il primo gol in terra turca gli crea qualche grattacapo.

Antonio Giusto

Editoriale - Io sto con Zeman

 

Roma bifronte, come il mitologico Giano. La colpa: di Zdeněk Zeman, chi altri? «Parla troppo» lui, o parlan troppo i molti - anzi: i troppi - che lo criticano? Io propendo per la seconda ipotesi. I gialorossi, incantevoli nel primo tempo, hanno scalato un paio di marce nella ripresa: ci sta, se il vantaggio è doppio. Peccato che, per un minuto appena, la luce si sia spenta: nulla d'imputabile all'organizzazione tattica, in entrambe le occasioni a peccare sono stati i singoli. Piris e Burdisso sbandano vistosamente, con l'ex interista che omaggia un redivivo Gilardino (pronostico del sottoscritto: abbondante doppia cifra stagionale, per il centravanti biellese) anche in occasione del 2-3, e la colpa ricade inevitabilmente sul taciturno boemo appollaiato in panchina. 

Giuste le critiche, perché una rimonta del genere è francamente inaccettabile, ma di porre un briciolo d'attenzione sull'opera di Zeman - i cui frutti, si sa, per esser maturi necessitano di ben più di tre giornate - e valutarne l'efficacia mi pare il caso. In particolare dopo un fine settimana del genere. 

S'inizia al venerdì, dal Parc des Princes. Parigi è testimone della classe di Verratti, che per diletto affresca calcio: il PSG ruota attorno a lui. Zlatan, interrogato in merito all'accaduto, commenta: «È un grandissimo». Zdeněk tace: ma, ne sono certo, ad ammutolirlo non è la sorpresa. Il sabato pomeriggio eccoci invece a Manchester, per ammirare la goleada dello United. Il Wigan, vittima designata, mette mano al pallottoliere: quattro gol incassati, e settecentisima allacciata di scarpini per Paul Scholes. Che la insaporisce con un gol; emulato, mezz'ora più tardi, dall'esordiente Nick Powell. Occhio al calendario: Powell è nato il 23 marzo 1994, un giorno e sei mesi più tardi Scholes esordiva in Premier League, a Portman Road, segnando un gol contro l'Ipswich Town. A Roma c'è Francesco Totti, svezzato da Zeman e fatto esordire in Serie A da Vujadin Boškov il 28 marzo '93. Due anni e spiccioli dopo la nascita di Florenzi, cui Totti ha già regalato un paio di gol, e poco più di sei mesi prima che Nico López emettesse il primo gemito (1° ottobre 1993). 

E se il figlio di Montevideo ha trovato il primo gol in A al debutto, Marco Sau - di cui Zeman è il padre calcistico - non è stato da meno: contro il Palermo, una sua inzuccata ha regalato al Cagliari un punto prezioso. Insigne, che di Zeman è un fedelissimo, non è mica rimasto a guardare: l'esordio infrasettimanale in azzurro, e contro il Parma ecco la prima marcatura nella massima serie. Chiude la carrellata Caprari, quattro gol in carriera, di cui tre alla Sampdoria. E se questo è il primo in A, gli ultimi due siglati in B avevano regalato al Pescara la certezza aritmetica della promozione. Per la cronaca, quel 20 maggio finì 3-1 per gli uomini di Zeman: andò a segno anche Immobile, al ventottesimo ed ultimo gol della sua strabiliante stagione. La gioia del primo centro in A, Ciruzzo l'ha provata anche lui all'esordio, contro il Cagliari: ieri, si è «semplicemente» ripetuto, facendo una paura dannata alla Juventus che l'ha cresciuto. Anche se a far gol tra i grandi, ha imparato con Zdeněk. 

Antonio Giusto 

Fonte: Calcissimo

sabato 15 settembre 2012

QPR - Chelsea 0-0: a Loftus Road vince la noia



Un rigore di Helguson, le espulsioni di Bosingwa (che oggi gioca nel QPR) e Drogba nel primo tempo, un diluvio di cartellini gialli - nove, in totale - e la delusione di Villas Boas. È trascorso quasi un anno da quel QPR - Chelsea, e le strade dei quattro protagonisti sin qui citati si son divise: c'è chi ha cambiato quartiere di Londra (AVB, Bosingwa), chi nazione (Helguson) e chi addirittura continente, perché Didierone è finito in Cina. Ad incrociarsi nuovamente sono però John Terry ed Anton Ferdinand, e chissà se si stringeranno la mano: è noto a tutti che il più giovane dei fratelli Ferdinand abbia portato JT in tribunale, in luglio, per chiarire quanto accaduto il 23 ottobre scorso. Perché nel giorno in cui il City ne segnava sei all'Old Trafford, il capitano del Chelsea avrebbe - «avrebbe»: condizionale - così apostrofato Ferdinand: «fucking black cunt», che non vi sto qui a tradurre. Assolto per insufficienza di prove dal giudice Howard Riddle, Terry si ritrova ad affrontare il suo accusatore sul terreno di gioco. Ah, quasi dimenticavo: il Chelsea, che tra le altre cose è campione d'Europa in carica, mercoledì darà il bentornato in Champions League alla Juventus.

PARTITA Come ampiamente prevedibile, Anton Ferdinand tiene fede alla propria parola, rifiutando di stringere la mano sia a Terry che a Cole. Bene, ora si può - finalmente - parlare di calcio. E la prima occasione - in una Londra baciata dal sole - ce la offre Júlio César, che al quarto minuto si produce in una felina reazione sul sinistro di Hazard, impedendo al Chelsea di coronare con un gol l'ottimo contropiede imbastito. Poi, sino al quarto d'ora, le squadre si limitano ad un poco produttivo palleggio. A ravvivare la situazione ci pensa Torres, che impegna l'estremo difensore avversario con il mancino e si rende anche protagonista dell'uscita dal campo di Fábio, rimpiazzato da Onuoha: Bosingwa cambia fascia. C'è ben poco da segnalare, sino al secondo cambio dell'incontro, effettuato anche stavolta da Hughes: Johnson s'infortuna, lo sostituisce l'ambizioso Jamie Mackie, che in settimana ha dichiarato di voler ripetere l'impresa compiuta lo scorso anno, portando nuovamente a casa lo scalpo dei Blues. Gli ultimi quindici minuti scivolano placidamente via, contraddistinti dalla sterilità del possesso palla e dall'assenza di occasioni da gol.
In avvio di ripresa, le due compagini c'illudono d'aver voglia di correre e divertire: il ritmo si alza, Hazard ci regala una rabona - fine a se stessa, ma stilisticamente perfetta - e Park Ji-Sung mette a nudo le lacune difensive del Chelsea, pescato - solissimo - nel cuore dell'area da un lancio di Granero. Ma Čech blocca, sicuro, e Di Matteo inserisce il nuovo arrivato Moses al posto di Bertrand: un po' di spinta sulla sinistra ci vuole, accidenti! Da lì nasce infatti un cross che Ivanović, appostato sul secondo palo, non riesce a tramutare in gol. Di occasioni, vere, le due squadre però non riescono a crearne, ed occorre uno scellerato retropassaggio di Mikel per regalare qualche emozione al pubblico pagante: Zamora sciupa, complice l'esemplare uscita di Čech, e sul capovolgimento di fronte Moses impegna Júlio César, impeccabile anche in quest'occasione. Nonostante gli ingressi in campo di Cissé e Sturridge, il gol non arriva, e l'ultima occasione capita - all'ottantasettesimo - sui pregiati piedi di Hazard. Ma, complice un maligno rimbalzo della sfera, il talentuoso belga scaglia il pallone in curva: la partita, agonizzante, muore dopo tre minuti di recupero.

HUGHES Il suo QPR, disposto secondo un inglesissimo 4-4-2, presente un'idea di gioco concreta, anche se ancora non del tutto compresa dai giocatori: il gioco va sviluppato sulle corsie, cercando anche il ribaltamento per sbilanciare la difesa avversaria e pungerla sul lato debole, ottenendo come risultato finale un cross per la coppia di attaccanti (oggi, se ne son viste tre). Un pareggio contro i campioni d'Europa, visto il tutt'altro che entusiasmante avvio di stagione, non può che farlo sorridere.

DI MATTEO Ramires, mezzala, gioca esterno destro; Bertrand, terzino, presidia l'altra corsia: non sarà un eccesso di prudenza, contro il modesto QPR? La squadra, poi, si affida esclusivamente all'iniziativa del singolo, ed i risultati - vista la giornata di scarsa vena di Hazard, Torres e Lampard - non sono dei più soddisfacenti. Primi punti persi in campionato. Se vuol rifarsi in Europa, deve osare di più: l'avversario non è sempre il Barça.

ARBITRO Andre Marriner fischia poco, ma quando lo fa - solitamente - l'emissione sonora è seguita dall'estrazione di un cartellino, in particolar modo nella prima frazione. Partita condotta in maniera positiva: la sufficienza, e qualcosa in più, per lui in pagella.

TOP PLAYER: Júlio César -  Svetta nella mediocrità di un incontro alla camomilla, domando Hazard ed il suo Chelsea. Ma era prevedibile: Júlio, tra i pali, è una garanzia con pochi eguali al mondo.

BASS PLAYER: Hazard - Da lui ci aspetta ben più di una rabona. A maggior ragione dopo le roboanti dichiarazioni rilasciate in settimana.

TABELLINO

QUEENS PARK RANGERS - 0-0

QUEENS PARK RANGERS (4-4-2): Julio Cesar 7; Bosingwa 6,5, Nelsen 6, Ferdinand 6, Fabio s.v. (dal 20' Onuoha 6); Wright-Phillips 6 (dal 70' Cissé 4,5), Granero 6, Faurlin 6, Park 6; Zamora 5, Johnson s.v. (dal 32' Mackie 5,5). All.: Hughes 6.

CHELSEA (4-2-3-1): Cech 6; Ivanovic 6, David Luiz 5,5, Terry 6, Cole 5,5; Mikel 5,5, Lampard 6; Ramires 5,5, Hazard 4,5, Bertrand 5 (dal 59' Moses 6); Torres 4,5 (dall'81' Sturridge s.v.). All.: Di Matteo 5.

ARBITRO: Marriner 6,5.

AMMONITI: Ramires (14'), Bertrand (27').

Antonio Giusto

Fonte: Calcissimo

sabato 16 giugno 2012

Gli altri mister: tra sconosciuti e mostri sacri


Dopo aver mancato la qualificazione all'Europeo austrosvizzero, Oleh Blochin aveva rassegnato le dimissioni. Un salto a Mosca, sulla panchina dell'FK, ed il ritorno alla guida dell'Ucraina: il C.T. dell'unica squadra debuttante sarà lui. L'altra padrona di casa, la Polonia, punta sull'esperienza di Franciszek Smuda. Gavetta in Germania e Turchia, testato su praticamente ogni panchina polacca, prima volta con una Nazionale. Dick Advocaat, invece, è a quota cinque: Olanda, Emirati Arabi Uniti, Corea del Sud, Belgio e - oggi - Russia. Il «nonno» della panchina è il nostro Trap, di cui parliamo altrove, con 73 primavere alle spalle, cui fanno da contraltare i 43 anni che Paulo Bento (C.T. del Portogallo) compirà il 20 giugno, nel bel mezzo della manifestazione. In entrambi i casi, rischio derby: sulla panchina della Grecia siede Fernando Santos, portoghese, mentre la sfida tutta italiana tra Prandelli ed il suo ex allenatore Trapattoni (Juventus, erano gli anni ottanta) è già stata decisa dall'urna, il 18 giugno. Vicente del Bosque e Bert van Marwijk sono reduci dalla finalissima sudafricana, che solo un'incornata di Puyol negò a Joachim Löw: su loro tre c'è poco da scrivere. Tutti da scoprire invece Michal Bílek ed Erik Hamrén. L'ultimo risultato ottenuto dal cittì ceco sulla panchina di un club è il quinto posto nella Superliga slovacca '08-09 con il Ružomberok, mentre Hamrén è reduce da tre campionati vinti consecutivamente: uno con l'Aalborg (2008) e due con il Rosenborg ('09 e '10). Storie tese tra Laurent Blanc e Slaven Bilić: Francia '98, in semifinale i Bleus fanno fuori la Croazia con una doppietta di Thuram, ma un fallo di Blanc su Bilić costa al transalpino il rosso e - di conseguenza - la finalissima. Per un chiarimento ci son voluti 13 anni: un'amichevole (terminata 0-0) a fine marzo, pace fatta. Infine, Stuart Pearce: mentre scrivo, è lui il titolare della panchina inglese. Ma c'è Harry Redknapp in agguato.

Antonio Giusto

Fonte: Calcio 2000